Perché è buono e giusto riformare le pensioni di anzianità

Se mi fosse chiesto di perorare la causa del governo, me la caverei rimettendomi alla clemenza della Corte. E’ ormai fin troppo evidente la difficoltà dell’esecutivo a gestire un’operazione di risanamento che, partita con il piede sbagliato a luglio, non riesce a trovare un baricentro, neppure nella prova d’appello, ora in corso, che rappresenta poi l’ultima chance di questo scorcio di legislatura. di Giuliano Cazzola Lettori cosa ne pensate? Dite la vostra su Hyde Park Corner, Twitter o Facebook
4 AGO 20
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Prendiamo il caso della misura sulle pensioni, decisa inaspettatamente nel vertice di Arcore: i “frondisti” non avevano ancora smesso di cantare vittoria che il progetto era già rientrato con tante scuse. Eppure, al di là dell’improvvisazione, c’era del metodo in quella follia. Veniva individuata, infatti, una “uscita di sicurezza” verso la pensione, rimasta al riparo da tutti gli inasprimenti dei requisiti anagrafici assunti negli ultimi venti anni. Il canale dei 40 anni di anzianità a prescindere dall’età anagrafica (il solo a cui si sarebbe applicato lo scorporo del riscatto della laurea e del servizio militare) assicura la quiescenza quasi sempre in età inferiore a 60 anni. Gli appartenenti alle generazioni che hanno cominciato a lavorare in giovane età e coloro che hanno riscattato anni di alta formazione (in modo oneroso ma sempre conveniente) sono in grado di far valere il requisito dei 40 anni non solo prima dei 65 anni canonici, ma anche prima dei 61 anni (62 per gli autonomi) richiesti come età minima nel percorso delle “quote”.
Nel 2010 l’età media alla decorrenza delle pensioni di anzianità Inps è stata di poco superiore a 58 anni per i dipendenti e a 59 anni per gli autonomi. E non si venga a dire che si sarebbe compiuta una discriminazione ai danni degli uomini (per il servizio militare obbligatorio) perché la pensione di anzianità è un “privilegio” maschile, in quanto tende a perpetuare anche, nella quiescenza, la posizione dominante che gli uomini hanno nel mercato del lavoro. Sempre nel 2010, infatti, nel sistema Inps, ai lavoratori dipendenti sono stati erogati 84 mila dei nuovi trattamenti di anzianità (76 per cento) contro i 27 mila alle lavoratrici (24 per cento). Nel lavoro autonomo rispettivamente 51 mila (80 per cento) contro 13 mila (20 per cento).
Il governo non è stato in grado di spiegare che il riscatto della laurea e il servizio militare avrebbero continuato a far parte dell’anzianità di servizio nei casi del pensionamento di vecchiaia e del pensionamento di anzianità con le quote e l’età minima. Né di far capire che le misure, nei fatti, non avrebbero allungato di molti anni l’età di pensionamento, perché quelli cui veniva modificato l’itinerario sulla superstrada dei 40 anni di anzianità a prescindere dall’età, sarebbero potuti entrare, ben presto, nel canale delle quote (97-98) e dell’età minima (61-62).
Una delle lobby più accanite è stata quella dei medici. Un suo rappresentante sindacale ha lamentato, sul Corriere della Sera di ieri, che, togliendo ai camici bianchi la possibilità di avvalersi del riscatto di un lungo periodo di formazione, li si costringeva ad andare in pensione non prima di 65 anni. Adesso invece possono farlo con meno di 60 anni, percependo un trattamento discreto, gonfiato, nel sistema retributivo, da un’anzianità di servizio costruita in larga parte a tavolino. E magari possono continuare a lavorare privatamente.
di Giuliano Cazzola
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